Cartografia della memoria

di Micol Biondo, Gabriella Ferrua, Natalia García Fernández, Sergio Sanna (partecipanti iscritti)

I paesaggi ordinari dell’identità

Come punto di partenza del nostro studio consideriamo l’indivisibilità della Valle del Belìce nella relazione città-campagna. Già da una prima passeggiata si può capire che l’osservazione del suo paesaggio agricolo, un paesaggio comune, diventa più interessante per la nostra ricerca che la singolarità dell’osservazione della rovina in sé.

Non vogliamo guardare le rovine ma dalla rovina verso il suo confine. Guardare l’intorno che le avvolge, ciò che hanno guardato e quotidianamente continuano a guardare i suoi abitanti, ricordando. Questo il primo punto di partenza della nostra indagine.

Un territorio come questo, un paesaggio agricolo, ha la sua identità nella pratica ordinaria del lavoro, della sua economia. Il paesaggio produttivo e il suo patrimonio, la sua memoria atemporale, non dimenticata.

L’identificazione e il riconoscimento di questo territorio come proprio, sono sentimenti che esistevano nella valle anche prima del terremoto del 1968.

Si può parlare adesso di questi paesaggi tradizionali come paesaggi dimenticati?

È possibile pensare che l’identità degli abitanti della Valle del Belìce abbia una data di scadenza o che rimanga cristallizzato il suo ricordo?

Paesaggio della memoria

La memoria territoriale parla delle radici e l’identità delle sue origini. L’identità del luogo rimane nel momento in cui rimane la sua memoria collettiva.

Oggi le rovine si presentano come la cristallizzazione della memoria (Poggioreale, il Cretto… ); ma parliamo di una scena urbana. I limiti del costruito vivono un altro tempo, un tempo proprio.

Vogliamo dunque rappresentare la memoria, come un viaggio nel tempo. Un viaggio che inizia nel 1968, data del terremoto, quando comincia a scriversi la memoria della valle, il momento zero.

Distanza della memoria

La risposta umana al trauma territoriale, il terremoto, è stata la monumentalizzazione delle rovine e l’inserimento delle città di nuova fondazione. Ma la nuova ubicazione non parla delle relazioni primitive tra città-campagna-territorio dei primi insediamenti.

Il Cretto e le altre rovine si presentano come cimitero della città, ma non come i cimiteri della memoria. Come si cristallizzano i ricordi? Quando arriva il momento di dimenticare la rovina? Adesso i suoi abitanti hanno bisogno dei loro monumenti commemorativi, che li colleghino al loro passato.

La risposta del territorio: il silenzio dopo il grande rumore.

Si può parlare di dislivello della memoria, come un processo di misura dell’altimetria, la ricerca di una quota altimetrica relativa, che evidenzi la variazione dalla ubicazione iniziale alla finale dei nuovi insediamenti. Questa quota altimetrica iniziale fornisce un’informazione, parla del nome dei comuni (Gibellina, gebel, montagna, altura, montagna piccola, Poggioreale… ), e delle relazioni visuali tra i luoghi e i rispettivi paesaggi. Alle città di nuova fondazione non resta che il nome.

Il controllo del territorio si traduce in toponomastica, l’atto umano del dare un nome; il controllo del luogo nel genius loci, il controllo visuale in tutto quello che si può vedere… ma che, in questo caso non si può più controllare.

L’inserimento dei nuovi insediamenti risponde a una scelta funzionale, assume la rete infrastrutturale come strutturante, ma non risponde alla lettura territoriale. La precedente relazione tra il comune e il suo territorio parla del luogo; nella fase successiva la relazione cambia, trasforma i territorio in un luogo da attraversare, di passaggio, non più di relazione. Le città si concepiscono come praticamente autonome.

L’impronta del territorio agricolo viene dimenticata nel momento in cui si è cercato solo di ricostruirla in aree protette.

Cosa succede dopo il momento 0? Quando la vita si muove fra rovina, tendopoli, baraccopoli e città nuova, dove si abita, si lavora e dove risiede l’identità? Possiamo parlare delle tre dimensioni della memoria.

Proviamo, quindi, a misurare la differenza di potenziale della memoria nelle tre coordinate: sulla longitudinale si concentra di più l’intensità, sulla trasversale si dilata di più, ed è in altezza che si rivela il dato più interesante da studiare per capire la relazione tra orografia e confine.

Se relazioniamo questi dati con il sismogramma del terremoto per identificare le aree della stessa intensità osserveremo che nei 14 centri colpiti l’intensità sismica non coincide e che non trova riscontro con la rappresentazione di questa intensità della memoria.

Collegare la memoria del luogo

Possiamo affermare che la memoria collega gli individui al luogo come un cordone ombelicale che ritroviamo nei percorsi del lavoro, della vita, dove l’intensità della memoria del territorio non si è persa. Questi percorsi ci sono veramente, movimenti e spostamenti che uniscono ancora.

Il confine della memoria

E i confini disegnano identità plurali, palinsesti contradditori. Ci sono invenzioni e allo stesso tempo realtà. (Confini necessari, Vicenio Trione)

Si può stabilire una area della memoria territoriale, dell’identità, finalmente un confine della memoria che descriva anche una unità di paesaggio, attraverso i segni peculiari che caratterizzano i suoi limiti (cum-finis), e la identificano come unità indivisibile.

L’orizzonte limita il confine ma è l’orografia quella che lo evidenzia. La fragilità del paesaggio agricolo, così individuato si interpreta come potenziale, capace cioè di rafforzare la sua memoria.

In progress…

Andiamo avanti formulando una serie di domande sempre sul territorio e la memoria del luogo.

Le risposte arriveranno dopo un’indagine, sempre nella medesima direzione, attraverso la redazione di una cartografia sensibile, come strumento grafico di rappresentazione della memoria, della transformazione del paesaggio e della percezione dei suoi abitanti con il passare del tempo.

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