Audiografia del Trauma

di Marco Lampugnani (partecipante iscritto)

spettro

cartografia > audiografia

Audiografia del trauma intende vagliare le possibilità del suono come medium per indagare il territorio del Belíce 40 anni dopo il terremoto. Oggigiorno la dimensione sonora dello spazio é fortemente minoritaria rispetto al predominio di quella visiva. L’obiettivo a monte dell’audiografia é dunque: cosa è capace di raccontare il suono che la vista non fa? Cosa é capace di raccontarci una lettura del suono del  Belíce?

Una considerazione evolutiva: mentre originariamente il nostro apparato di ricezione acustica era preposto soprattutto alla percezione della direzione da cui proveniva un suono (un predatore, un pericolo – l’ascolto direzionale) si é sempre più specializzato verso l’identificazione della fonte di un suono (un ascolto in certo qual modo più “visivo”). Con questa audiografia del trauma si vuole porre l’attenzione sulla dimensione morfologica del suono, quella cioé in grado di restituire informazioni spaziali circa le fonti. E a partire da questa metodologia desumere qualitá e processi in atto nei singoli luoghi, mettendoli a sistema tra di loro nel territorio del Belìce.

rappresentazione > riproduzione

Possiamo considerare una registrazione ambientale come una forma di rilievo:

il rilievo di un’area corrispondente a quella che definisce attorno a sé un apparato di cattura del suono in funzione delle sue caratteristiche.

Un lavoro sulla morfologia del suono consente di individuare le peculiarità fisiche di uno spazio utilizzando l’eco, il riverbero e tutte le informazioni indirette desumibili dall’acustica come altrettanti dispositivi di lettura. La sezione, le condizioni ambientali, i materiali sono tutte informazioni alle quali accedere con un processo  non mediato dalla vista, all’inverso in certo qual modo già che manifesta qualità leggendone le conseguenze acustiche. Una analisi spaziale di questo tipo ricerca soprattutto l’approccio alla dimensione sonora per la capacità di momentanea sospensione dal dominio visuale che offre, e dunque per i nuovi tipi di contenuti che è in grado di disvelare.

trauma

Trattandosi questa non di una qualsiasi audiografia ma di una audiografia del trauma é necessario qualificare questa relazione. Essendo una audiografia una pratica costantemente in tempo reale e difficilmente storica, a causa dell’istantaneità e unicità di qualsiasi suono (fatta eccezione per la possibilità di registrarlo), la relazione tra audiografia e trauma deve essere ricercata altrove.

É opinione comune che il trauma non coincida con il momento perfetto e spettacolare del terremoto (uno spazio tempo circoscritto in fondo a pochi giorni nel gennaio del 1968 nel territorio del Belíce), ma al contrario si dilati a partire dal suo principio per un tempo indeterminato – eventualmente tuttora in corso.

Di fatto l’operazione collettiva di redazione di un atlante del Belíce 40 anni dopo il trauma potrebbe essere comparata ad una sezione di questo processo in un tempo dato (l’ora), evidenziando perciò i caratteri peculiari dell’oggi e relazionandoli criticamente a quanto reperibile dalle molteplici fonti disponibili.

Scegliendo come medium il suono, tale operazione di confronto risulta alquanto ardua.

La relazione con il trauma deve essere in primo luogo coscientemente operata attraverso il prodotto del trauma. Non si puó cullare l’illusione di registrare paesaggi sonori perduti (è al massimo possibile una loro riproduzione qualora siano stati registrati). I paesaggi sonori su cui si effettua l’audiografia sono relazionati profondamente al trauma essendone il prodotto diretto. E questo é un primo punto.

In seconda battuta, a cos’altro si potrebbe imputare (se non al trauma) la gravida quiete – tanto da poter cogliere il ronzio di una vespa – che riveste Poggioreale vecchia proprio nella piazza che un tempo ospitava il fulcro della sua vita pubblica? Chiudiamo gli occhi a Poggioreale vecchia. Quale sorta di cortocircuito si innesca tra il suono che sentiamo e la morfologia dello spazio che lo stesso suono ci racconta (l’assenza di eco, di vento, indizi di sezioni stradali strette con fronti edificati alti, la densità dell’edificato caratteri urbani eppure l’assenza di voci, delle manifestazioni della vita pubblica, la quiete irreale che vi regna)?

Quale discontinuità è riconoscibile tra il paesaggio sonoro prodotto da un luogo che non vive più nella maniera che gli sarebbe propria secondo lo sguardo dell’osservatore?

Se riapriamo gli occhi a Poggioreale vecchia improvvisamente perdiamo il cortocircuito e il dominio della vista ci riporta ad interpretare tutto quello che percepiamo nell’ottica – ottica sottolineiamo, non acustica, non tatto non gusto, ma ottica – della rovina. E invece quale ricchissimo soundscape si rivelerebbe ad un orecchio attento. Un soundscape di ecologie in atto, di minime resilienze nelle quali tutti gli elementi del soundscape sono giá stati risignificati e incorporati in un processo di riequilibrio. Un soundscape appunto, tutt’ora, in trasformazione.

L’evento traumatico innesca un processo di trasformazione radicale nei soundscape  del Belíce, l’audiografia del trauma parte da queste discontinuità, ma non desidera una celebrazione funebre del suono della desolazione, non ricerca la certificazione del trauma, l’abbandono, il compiacimento per la rovina anche acustica. L’audiografia del trauma cartografa tutto il territorio, o quantomeno ne cartografa una quantità di sezioni discrete sufficientemente varie da poterne raccontare l’ampiezza. Cerca le discontinuità in calare e in crescendo, le continuità. Le rotture. Rivela, attraverso l’abbandono momentaneo dei codici visuali, qualitá altrimenti non percepibili del territorio, come nel caso eclatante di farci sentire la vita di Poggioreale vecchia mentre lo sguardo ci racconta solo di rovine..

backward > ricostruzione  – opportunità < forward

L’audiografia sarà un archivio sonoro dei prodotti (conseguiti, non conseguiti, previsti, imprevisti) del cosiddetto processo di ricostruzione – ossia quel processo che ha cercato di restituire questo territorio ad una funzionalità ideale e che nel corso della sua storia è stato costantemente deformato da numerose forze e poteri- : il rilievo del sounscape  del prodotto della trasformazione innescata dal trauma. Identificherà distanze, rileverà paesaggi sonori inattesi, notificherà sparizioni. Da un certo punto di vista – considerando la ricostruzione come un processo al quale partecipano varie forme di potere – l’archivio sviluppa un discorso attorno alla dimensione sonora come apparato di indagine della proiezione dell’autorità sul territorio.

Torniamo al concetto di rovina acustica: un ossimoro – se il suono è costante attualità non potrà assumere il ruolo di rovina. Ma l’identificazione dell’ossimoro ci consente di spingere un poco più in là il senso della audiografia. Il suono della cosiddetta rovina non é un suono discernibile in prospettiva storica – non solo – ma é anche un paesaggio sonoro molto preciso che descrive un soundscape attuale e in trasformazione.

Dunque l’audiografia sarà simultaneamente anche un archivio di opportunità, di processi in atto di trasformazione del territorio – indotti, spontanei – e quindi una base progettuale per interpretare in chiave sistemica il  Belíce.

Notazione

Abbiamo fino a qui attentamente aggirato i termini cartografia, mappa, atlante proprio perché troppo ancorati alla dimensione visuale. Avremmo corso il rischio di deviare il discorso, riportandolo nelle forme a priori del paesaggio visivo. Quale forma assumerà dunque l’audiografia? Per coerenza concettuale l’audiografia dovrebbe comporsi di soli suoni. Un archivio di registrazioni sufficienti in virtù della loro natura a raccontare i luoghi da cui provengono. Una traduzione del materiale sonoro in altra forma – ad esempio soggetta ai codici della vista – tradirebbe la natura di questo lavoro e inibirebbe irrimediabilmente la possibilità di scoperta offerte dall’indagine sonora. Ma é anche vero che l’intento di questo lavoro è ricerca al contrario di una sua trasmissibilità, una sua replicabilità – metodologica non di contenuti o categorie -.

Attualmente audiografia del trauma é un archivio di circa 100 registrazioni ambientali del territorio del Belíce, effettuate tra il 13 e il 20 settembre 2009. la notazione dell’audiografia si localizza su due dimensioni:

la prima, quella minuta, si concentra sulle singole registrazioni, mettendo in atto una lettura morfologica dei caratteri del suono volta a (cfr. backward > ricostruzione  – opportunità < forward) determinare le peculiaritá del soundscape in oggetto. Questa prima lettura serve anche da modello e da manuale di istruzioni per educare un eventuale pubblico alle regole dell’audiografia.

Una seconda, a scala generale, posiziona su di un gis i singoli materiali sonori in corrispondenza del loro punto di registrazione. Tale quadro d’unione viene tematizzato, attribuendo categorie critiche (apparizioni, sparizioni, resilienze, continuità discontinuità, poteri etc etc) agli archivi sonori, con l’obiettivo di rendere fruibile e operativo ciò che di invisibile l’audiografia rivela.

Una precisazione: ciascun materiale sonoro si é già detto, è caratterizzato da una precisa collocazione temporale e spaziale, rigorosamente in scala 1:1. la decisione di raccogliere su di una mappa tutti gli archivi sonori non rappresenta un tradimento di quanto dichiarato poco sopra, ma una sua forma di organizzazione. Così come una registrazione sta ad una cartografia un gis che raccoglie diverse registrazioni sta ad un atlante.

Questo gis, che si considera come la base di un archivio sonoro operativo del Belíce, ha la forma di un interfaccia aperta in costante aggiornamento – presumibilmente web, e un riferimento nella convenzione europea sul paesaggio.

download pdf (con files audio): lampugnani_ttwp

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