I tre tempi del Belice – Morfogenesi e Persistenza

di Andrea Oldani (partecipante iscritto)

La riflessione che si vuole proporre attraverso questo contributo parte da una attenta riflessione condotta sui luoghi della Valle del Belice e sulle mutazioni che ha indotto il terremoto del 1968.

Belice rimanda a tre generazioni diverse che oggi convivono. A polverosi cumuli di materia accumulatisi dopo il sisma, memoria dell’interminabile scorrere di trenta secondi che hanno esaurito il codice genetico di intere generazioni. Al luogo primo della rinascita, oggi esteso mosaico di scale, muri, piastrelle. Ai sogni materializzatesi nelle nuove città, dove, la rassicurante domesticità dei vecchi centri ha lasciato il posto alla dilatazione degli spazi, al vuoto, allo smarrimento, allo straniamento.

aoldani

La domanda da cui si ha preso avvio il lavoro è stata chiedersi in cosa potesse consistere un contributo, utile alla redazione di un atlante della valle del Belice, che scaturisse da una lettura condotta dal “punto di vista” dell’architettura. L’idea è stata quindi quella di fornire un contributo che potesse diventare materiale concreto da reimpiegare nel progetto; l’intento quello di rintracciare, attraverso il disegno e il mezzo fotografico, possibili nessi di persistenza tra i materiali che il tempo ci ha restituito.

La materia costituente i “tre tempi” è diventato quindi l’oggetto su sui indagare rispetto al “momento zero” corrispondente alla notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968.

I presupposti teorici di questa indagine sono da ricercare nella “teoria delle catastrofi” dovuta agli studi del matematico francese Renè Thom[1]. Egli dimostra infatti, riprendendo studi già avviati sul rapporto tra bionica e genesi delle forme naturali, come le perturbazioni a cui sono sottoposti sistemi caratterizzati dall’instabilità portino al verificarsi di un evento catastrofico a cui segue un cambiamento di forma (morfogenesi).

Catastrofe è quindi evento generativo di una nuova morfologia, è il “momento zero” a partire da cui si generano nuovi assetti, nuove forme di temporaneo equilibrio ed è il momento attorno a cui ci interessa indagare, momento generativo che comporta rottura e trasformazione.

L’obbiettivo è divenuto quindi quello di indagare le morfologie scaturite dai tre tempi della catastrofe ed individuare forme persistenti di organizzazione e costruzione dello spazio. Caratteri che, avendo avuto la forza di imporsi, permanere e replicarsi costituiscono tracce utili a codificare l’identità dei luoghi e diventano materiali reimpiegabili nel progetto come modi per dichiarare questa appartenenza.

L’interesse iniziale è stato rivolto soprattutto ad identificare come l’architettura costruiva tradizionalmente i legami tra gli edifici, la strada e lo spazio pubblico. L’indagine condotta ha voluto rintracciare a livello morfologico, tipologico e tecnologico alcuni modi di organizzare lo spazio e ha ricercato una possibile persistenza di queste forme tra gli impianti urbani appartenenti ai “tre tempi” del Belice.

Si è potuta verificare qualche forma di continuità che si è replicata in modo vigoroso a seguito del terremoto e che ha successivamente perso la propria forza. Se negli insediamenti delle baraccopoli molte dinamiche di organizzazione dello spazio ricalcano le modalità che esistevano nei centri antichi, nelle nuove città, basate su piani imposti a livello governativo e di matrice anglosassone, si è perso il senso di appartenenza ai luoghi, si è smesso di articolare lo spazio in modo tradizionale e di impiegare forme e materiali della tradizione. Curiosamente le forme tradizionali sono diventate all’opposto patrimonio museale o modo spontaneo, non pianificato di costruire gli spazi.

I cumuli di materia a cui sono ridotti i vecchi centri del Belice diventano allora potenziali magazzini da cui estrarre forme modi e materiali che possano diventare elementi per il progetto o comunque, anche solo sulle pagine di un atlante, documenti che riassumono i caratteri di questa appartenenza ai luoghi.

L’esito di questa indagine, condotta nell’arco di una settimana e senza nessuna conoscenza pregressa dei luoghi, basata quindi su poche, primitive intuizioni, deve fare i conti con una inevitabile parzialità e frammentarietà. Il principio di indagine messo in gioco potrà però dare avvio ad una più profonda e scientifica riflessione.


[1] René Thom, Stabilità strutturale e morfogenesi. Saggio di una teoria generale dei modelli, Einaudi,Torino, 1980

 

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