Memoria delle donne nella Valle del Belice

di Ferdinanda Vigliani, Vicepresidente Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile di Torino. (partecipante invitata)

Nel workshop tenuto nella valle del Belice tra il 14 e il 21 settembre 2009 il mio lavoro ha avuto l’obiettivo di esplorare la memoria del trauma determinato dal terremoto del 1968 attraverso la testimonianza e i ricordi delle donne. C’è continuità tra questa ricerca e l’attività che svolgo di solito: quella nella biblioteca del Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile che ho contribuito a fondare nel 1995 e, più di recente, quella dell’Archivio delle Donne in Piemonte, di cui sono dal 2006, delegata.

La mia insistenza sulla storia e la memoria delle donne parte da una consapevolezza che viene da lontano: sono almeno quarant’anni che le donne del movimento prima e le studiose di storia poi si sono impegnate a colmare le lacune di una storia centrata sul soggetto maschile.

Questa determinazione a cercare le tracce delle donne ha offerto sulla storia prospettive inedite, nuove ricchezze. Se si sa che cosa cercare, nei racconti delle donne si trovano dei tesori nascosti.

la signora Maria, ostetrica. Gibellina. Foto di Daniela Cappello
la signora Maria, ostetrica. Gibellina. Foto di Daniela Cappello

La ricerca nella valle del Belice non ha certo deluso queste aspettative: le cinque interviste video che abbiamo realizzato e che potranno andare a completare l’atlante creato dal workshop offrono dei profili molto diversi fra loro, delle narrazioni che si integrano e che in alcuni punti convergono. Un’intellettuale, una contadina, un’ostetrica, una madre di famiglia e una maestra ci raccontano il tempo del terremoto.

Sono testimonianze che nelle loro differenze mostrano aspetti comuni – caratteri di genere. La cura innanzitutto. Il trauma doveva essere guarito e per farlo ci voleva coraggio e senso di responsabilità: «Ero giovane, ma per aiutare i miei genitori ho dovuto crescere tutto in una volta» ci ha detto una delle intervistate. «Tutti i miei famigliari si erano salvati, per fortuna, ma io sono subito partita volontaria per aiutare i feriti» è un’altra testimonianza, quella dell’ostetrica, che grazie alle sue capacità professionali poteva offrire assistenza sanitaria. «Vivere nelle baracche era difficile» ci racconta la contadina, «soprattutto per gli anziani e gli ammalati. Ho dovuto avere cura dei miei suoceri. Mischini… Adesso sono morti. Ci volevamo molto bene.»

L’altro aspetto comune, perché legato al ruolo femminile, è una realistica, pragmatica visione della catastrofe come opportunità. La scossa del terremoto aveva raggiunto anche certi vecchi pregiudizi, abbattuto delle ingiuste discriminazioni. La tradizionale segregazione delle ragazze siciliane in famiglia era diventata difficile da praticare, vivendo nelle baracche, e l’intensa socialità che si era sviluppata non le escludeva, anzi. Un’intervistata ci racconta di essere stata in quel periodo invitata ad una festa a Palermo dove le ragazze e i giovanotti ballavano tra loro in due sale separate: ma questa era una cosa che a Gibellina sarebbe stata impensabile! Il terremoto dunque aveva abbattuto insieme con le case, tante barriere invisibili.

Nel Belice uscito dalla catastrofe le ragazze irrompono sulla scena, prendono la parola, agiscono politicamente, esprimono una nuova soggettività. Sono creative e combattive.

Il senatore Ludovico Corrao, sindaco emerito di Gibellina, che tanto ha operato per la rinascita del territorio terremotato, vivificandolo sotto il profilo artistico e culturale, spesso iniziava i suoi discorsi con un appello rivolto proprio alle donne di cui conosceva bene l’impegno e il coraggio. Donne di Gibellina! Sono loro che vanno a Roma a pretendere dal Parlamento una legge per la ricostruzione e sono ancora loro a rifiutare che sia un’unica impresa a fare tutte le case di Gibellina nuova. Chiedono e ottengono invece un finanziamento per farle autonomamente.

Oggi ciò che avevano sperato e per cui avevano speso tanto impegno, energia, fantasia, in parte è stato raggiunto: adesso tutti hanno una casa. E la casa è importante. Ma un poco si rimpiange quella socialità così viva. Anche la lotta, il sentirsi insieme, quell’intreccio di relazioni che avevano costituito la guarigione dopo il trauma.

«Le strade che corrono tra gli edifici antisismici di Gibellina sono così larghe… È diventato impossibile parlare da una finestra all’altra».

Al lavoro hanno collaborato Daniela Cappello, Irene Iudicello, Francesca Tambussi

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