Fotografia, storia, tempo_alcuni esempi

di Andrea Botto

Il confronto con la Storia è sempre molto difficile, soprattutto se fatto attraverso il medium fotografico, che più di ogni altro deve la sua esistenza ad una totale adesione alla realtà. La fotografia vive di un “hinc et nunc” incontestabile. Quando guardo un’immagine sono certo che ciò che sto osservando è accaduto davanti all’autore in un preciso momento e luogo. Essa è quindi un’impronta fedele della realtà, ma è anche qualcos’altro, perché allude a qualcosa che va oltre il soggetto.

Questa sua congenita ambiguità la rende molto efficace quando, nell’approccio ad un luogo, l’obiettivo dell’immagine sia un avvenimento lì accaduto molto tempo prima e non il luogo stesso. A questo proposito un esempio molto interessante è rappresentato dalla ricerca Battle Fields di Giorgio Barrera. L’autore fotografa con una macchina di grande formato i luoghi teatro delle più importanti battaglie del Risorgimento italiano ad oltre 150 anni di distanza. Come scrive Francesco Zanot, il suo è un “reportage in assenza”, non potrebbe essere diversamente, in cui, al contrario di molte tendenze contemporanee, l’immagine non precede l’esperienza, ma la deve per forza seguire, un po’ come era accaduto nell’800 ai pionieri della fotografia di guerra, Roger Fenton e Timothy O’Sullivan, che avevano potuto riprendere le scene solo a battaglia avvenuta, a causa dei limiti tecnici delle loro attrezzature.
E’ logico a questo punto domandarsi quanto il fatto di sapere che in un luogo si siano verificati certi avvenimenti, possa poi condizionare l’occhio o, almeno, predisporre lo sguardo nostro o dell’osservatore verso un certo tipo di emotività e trasporto. Avrebbero la stessa forza le cinquanta fotografie di Joel Sternfeld che compongono la ricerca On this site, se non sapessimo che dietro all’apparente normalità delle immagini si nascondono alcuni dei più famosi episodi di violenza della storia americana? In questo caso le immagini stesse divengono monumento, ponendo l’osservatore  sul confine incerto tra ciò che è accaduto e quel che rimane, tra ciò che si conosce e ciò che non può essere compreso e mettendo a nudo tutte le contraddizioni della rappresentazione fotografica.
Altre volte l’eccessivo contrasto tra la straordinaria bellezza delle immagini e la drammaticità di ciò che nascondono è tale da creare un vero e proprio corto circuito visivo. Penso ad esempio alle fotografie di Richard Misrach del deserto americano, raccolte nel libro Desert Cantos ed in particolare a quelle del Canto X – The Test Site, realizzate nei luoghi della sperimentazione nucleare, alcuni dei quali, oggi, trasformati in parchi naturali. Sulla stessa linea si pone anche il lovoro Bleed di Simon Norfolk in cui le immagini ravvicinate dell’acqua ghiacciata di una delle numerose fosse comuni scoperte nella ex Jugoslavia all’indomani della guerra tra serbi e bosniaci, rappresenta un ulteriore filtro, tra l’orrore della pulizia etinica e l’osservatore, ripreso ed accentuato nella mostra, dove le fotografie vengono presentate immerse in uno spesso strato di resina trasparente. Anche l’indagine del fotografo irlandese David Farrell, Innocent Landscapes, parte dagli stressi presupposti, apportando però alcune modifiche interessanti. I luoghi sono quelli dove nove giovani furono uccisi e segretamente sepolti dal gruppo terroristico IRA tra gli anni ’70 e i primi anni ’80, rivelati solo nel 1999 quando era già stato avviato il processo di pace.  Alle immagini di paesaggi straordinari ripresi all’imbrunire, il fotografo aggiunge anche mappe e fotografie dei terreni, applicando metodi propri dell’indagine poliziesca, alla ricerca di tracce ed indizi, in maniera molto simile alla ricostruzione di un omicidio negli USA, realizzata da Francesco Jodice nel suo Crandell Case, puntando sull’ambiguità tra tecniche investigative ed operazione artistica.
Proprio per la sua immediatezza, la fotografia è da sempre usata per raccontare cambiamenti in atto, avvenimenti di cronaca, guerre e disastri naturali. C’è sempre un momento, però, in cui i riflettori dei media si spengono e puntano in altre direzioni, seguendo l’urgenza dell’informazione, fino al paradosso che se di un fatto non esiste documentazione visiva è come se non fosse mai accaduto. E’ proprio a questo punto che si inseriscono ricerche che rifiutando la velocità, possono portare ad un approfondimento più ampio. Il lavoro di Frank Gholke su Mount St. Helens, dopo la catastrofica eruzione del vulcano, con visite ripetute nel tempo, fotografando dallo stesso punto di vista, aggiunge qualcosa che la cronaca non può avere, il tempo, e lo fa in un modo ancora più drammatico, perché è un tempo insignificante in confronto ai tempi naturali, che hanno portano ad un cambiamento così rapido e profondo nel paesaggio. Le foto di Robert Polidori a Chernobyl ci parlano invece di un tempo congelato, sospeso, fermo all’istante dell’esplosione del reattore nucleare, città fantasma di un’era post-atomica.  Sempre al tempo fanno riferimento le immagini di Third View, riprese a distanza di decenni in alcune zone dell’Ovest americano. L’identico angolo di ripresa e di illuminazione ci danno la possibilità di cogliere piccoli e grandi cambiamenti nel territorio, dai segni umani a quelli naturali e viceversa, attraverso un minuzioso lavoro di ricerca dei luoghi e dei punti di vista.

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