“Topografia del trauma. Rifondare le città”

di Lucia Giuliano

A volte i flussi e le energie della natura trasformano in maniera traumatica un sistema urbano; sono fenomeni imprevedibili, incontrollabili, flussi generati nelle viscere della terra che modificano la forma del territorio e generano situazioni nuove. In questo scenario di distruzione l’architettura viene spesso chiamata in causa e lo spettro di soluzioni definite di volta in volta ha tracciato un grande paradigma progettuale di variazioni sul tema della distruzione a scala urbana e del recupero di intere porzioni di cittá.
Ció che piú di ogni d’altra cosa emerge da queste esperienze é la resilienza delle cittá dinanzi agli eventi catastrofici. Le cittá ferite sono, forse piú delle altre cittá, entitá fortemente dinamiche arricchite dal forte potenziale di voler recuperare ció che si é perduto e allo stesso tempo dallo slancio di voler ricostruire il nuovo per il futuro.
Se esiste dunque una sola carattersitica che definisce le cittá questa é la sua resistenza. Le cittá sopravvivono, le cittá perdurano, le cittá recuperano, risorgono anche dopo l’atto di violenza piú estremo che le viene rivolto.
Il workshop propone un’approccio all’architettura in termini di topografia del trauma su due fronti principali: quello della scala urbana, dell’assetto del territorio e delle cittá di fondazione, e quello della scala architettonica e della possibilitá di integrare nella progettazione gli effetti del terremoto e del disastro.
Puó la catastrofe diventare strutturale, permanente, fondante nell’ambito del  processo di ricostruzione di un territorio?

Topografia e disegno urbano.
Dopo una catastrofe, puó definirsi una nuova morfologia urbana a partire da una topografia interrotta?
Come tracciare le matrici geometriche delle nuove cittá di fondazione? Quali i principi ordinatori?
Come si costruisce a partire dal disastro la nuova identitá della cittá?

Trauma e architettura.
Quando si ricostruisce l’architettura deve cicatrizzare le ferite, ricucire, riempire i vuoti, conferire qualitá ai nuovi spazi urbani e recuperare l’identitá perduta dei luoghi. Ma non sempre il progetto di architettura riesce ad essere sintesi critica, interpretazione del locus, della sua storia e della sua cultura.
Come, a partire dalle rovine e dalla nuova configurazione dei luoghi alterati dal disastro si puó pensare ad un progetto che rimargini le ferite mantenendo vivo il ricordo del trauma?

Questi luoghi, ancora in parte feriti, hanno rappresentato una grande occasione per realizzare utopie e progetti nel campo della progettazione urbana e architettonica.
Analizzare attraverso la lettura interdisciplinare la complessitá di un territorio e conoscere da vicino l’esperienza della ricostruzione del Belice vuole aprire la riflessione sul disegno degli insediamenti a partire da un fatto traumatico e sulla dimensione molteplice degli interventi nel grande palinsesto che é il territorio.

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